Nella forma del saggio breve affrontiamo le questioni poste dalla Galleria di base del San Gottardo. Questo tunnel ferroviario è stato celebrato come l’opera edile del secolo, come il simbolo di una modernità capace di piegare la montagna alla logica della velocità, della continuità dei traffici e dell’efficienza infrastrutturale. Ma proprio la grandezza di quest’opera costringe oggi a guardare più a fondo dentro la sua materia costitutiva, cioè dentro quel sistema di calcestruzzi, additivi, procedure di spruzzo e cicli di indurimento rapido che ne hanno reso possibile la costruzione. Il San Gottardo non è stato soltanto un trionfo di scavo, di logistica e di ingegneria meccanica; è stato anche, e forse soprattutto, un gigantesco laboratorio di chimica applicata al costruire. Ed è esattamente qui che si apre la questione più scomoda, quella che oggi investe il rapporto fra prestazione tecnica, accelerazione dei tempi di cantiere e impatto ambientale di lungo periodo con
le sostanze eterne: i PFAS. Per queste ragioni è valso prendere in esame un documento del colosso elvetico Sika che esplicita alcuni contenuti tecnici e non solo.
https://drive.google.com/file/d/1nNZZIymxJssBRr-BwY5DnfwE2DUmeRF4/view?usp=drivesdkI numeri
I numeri del progetto sono già di per sé eloquenti. La galleria ferroviaria più lunga del mondo misura 57 chilometri, ma il sistema complessivo di trafori, cunicoli, collegamenti trasversali e opere accessorie raggiunge 152 chilometri. Oltre 28 milioni di tonnellate di roccia sono state scavate per dare forma a questa infrastruttura, mentre circa il 25% del materiale scavato è stato selezionato, trattato e reimpiegato nella produzione di calcestruzzo. Sika, nel documento dedicato al San Gottardo, rivendica la partecipazione alla produzione di oltre 2 milioni di metri cubi di calcestruzzo di qualità, l’impiego di oltre 20.000 tonnellate di additivi per calcestruzzo e, più in generale, la fornitura e applicazione di oltre 40.000 tonnellate di prodotti lungo il ciclo costruttivo dell’opera. Non siamo dunque davanti a un cantiere nel quale la chimica dei materiali abbia avuto una funzione marginale. Al contrario, la chimica del calcestruzzo è stata una delle infrastrutture invisibili del traforo, il dispositivo tecnico che ha consentito di tenere insieme durabilità, lavorabilità, rapidità esecutiva e sicurezza di avanzamento.