“Il documento regionale non smentisce le nostre denunce: le conferma. I PFBA non sono un dettaglio tecnico, ma una contaminazione ambientale diffusa che impone accesso agli atti, monitoraggio sanitario reale e piena pubblicazione dei verbali. Fa coppia con questo documento l'oscuramento dei verbali della commissione tecnica regionale che l'ing. D'Elia continua a fare con il mero riferimento alla richiesta di nulla osta alla Procura della Repubblica di Vicenza che non può paralizzare il diritto di accesso se non esiste un provvedimento espresso, specifico e documentato che vieti l’ostensione degli atti, di fatto l'ingegner D'elia omette di dichiarare se esista o meno il segreto istruttorio sugli atti della commissione per i PFBA in SPV. Si tratta di atti che egli stesso ha nominato nell'istanza presso la commissione VIA nazionale per i filtri a carboni attivi nelle gallerie di SPV, ma senza allegarli”.
Il Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa contesta in modo netto l’impostazione contenuta nella documentazione presentata nella seduta congiunta della Seconda e Quinta Commissione consiliare permanente del 23 aprile 2026 apparsa in un articolo di VicenzaToday.it a firma di M. Milioni, dedicata alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nel tracciato della Superstrada Pedemontana Veneta. Il documento regionale, pur tentando di ridurre la portata sanitaria della vicenda, conferma in realtà alcuni punti essenziali: il PFBA è stato rinvenuto nelle acque di drenaggio delle gallerie di Malo e Sant’Urbano; il fenomeno ha imposto impianti di trattamento, filtri a carboni attivi, nuovi piezometri, conferenze di servizi, tavoli tecnici, riesame VIA e l’intervento del MASE ai sensi dell’art. 28 del D.Lgs. 152/2006.
È dunque insostenibile presentare la vicenda come una semplice “anomalia” sotto controllo. Se una contaminazione richiede diciannove sedute di Conferenza dei Servizi, un aggiornamento dello Studio di Impatto Ambientale, l’abbassamento degli obiettivi di performance allo scarico, l’attivazione di monitoraggi sui siti di destino delle terre e rocce da scavo e persino il coinvolgimento dell’Istituto Superiore di Sanità, allora il problema non è marginale: è strutturale.
Particolarmente grave è la semplificazione sanitaria contenuta nelle slides regionali, dove il PFBA viene presentato con formule rassicuranti: “rischio cancerogeno no”, “bioaccumulo no”, “contaminazione acquedotto no”. Questa impostazione è scientificamente e politicamente fuorviante. La precedente analisi tossicologica richiamata dal CoVePA dimostra che nelle valutazioni ambientali serie l’assenza di una prova epidemiologica definitiva non equivale all’assenza di rischio. Le agenzie sanitarie internazionali, come mostra il modello EPA-IRIS, valutano le sostanze sulla base di studi animali, plausibilità biologica, mobilità ambientale, esposizione potenziale e fattori di incertezza. L’incertezza non può diventare un alibi amministrativo: deve tradursi in cautela, prevenzione e trasparenza.






