venerdì 20 febbraio 2026

ARGINE ALLE FAKE NEWS & PFASS

 


Ieri 19 febbraio 2026 il GdiVi ricordava i suoi 80 anni, parla di sé stesso in un titolo come argine alle fake news, e giù con elogi alla informazione professionale. Poi giri le pagine e finisci in cronaca di Arzignano a pagina 31 e trovi che in un incontro sui #PFAS , pensano di incenerilo. La cosa se non è fake è campata in aria, perché? Scientificamente è [possibile ma industrialmente è un modo di spillare soldi a qualcuno e permettere che si continui a immettere nel mercato prodotti con i pfas. 

L’incenerimento dei PFAS, spesso presentato come una soluzione tecnologica promettente per eliminare definitivamente queste sostanze persistenti, è in realtà oggetto di un dibattito scientifico ancora aperto e complesso. I PFAS, noti come “forever chemicals”, sono caratterizzati da legami carbonio-fluoro estremamente stabili, tra i più forti nella chimica organica. Questa stabilità li rende resistenti ai processi naturali di degradazione e richiede condizioni energetiche molto elevate per la loro distruzione. Proprio su questa base si fonda l’idea della distruzione termica: portare i PFAS a temperature molto alte per rompere le molecole e trasformarle in composti più semplici e meno pericolosi. Tuttavia, la letteratura scientifica mostra che la questione è più complessa di quanto sembri.

venerdì 13 febbraio 2026

PFBA: UNA CONTAMINAZIONE PREVISTA, SOTTOVALUTATA E ORA IMPOSSIBILE DA IGNORARE

Il Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa denuncia con fermezza l’espansione della contaminazione da PFBA, una vicenda che non nasce oggi ma che affonda le sue radici nel 2015, quando questi composti furono individuati per la prima volta nell’area rossa Miteni. Fin da allora era evidente che non potessero provenire dall’azienda: Miteni non li ha mai prodotti né utilizzati. La loro comparsa coincide invece con gli anni di realizzazione della Superstrada Pedemontana Veneta (SPV), dove l’impiego di additivi fluorurati e acceleranti cementizi ha generato una nuova sorgente di inquinamento, diffusa e persistente.

Oggi possiamo affermarlo senza esitazioni: la SPV ha dato origine a una “Miteni 2”, una contaminazione non circoscritta ma disseminata nel territorio, capace di infiltrarsi nelle falde, nelle risorgive e negli acquedotti, spingendosi da ovest di Vicenza fino a est, verso Padova. Una contaminazione che non ha un perimetro da isolare, perché nasce da un’infrastruttura pubblica e da scelte tecniche mai realmente sottoposte a controllo indipendente.

Per anni il CoVePA ha segnalato questa deriva. nel 2015 e nel 2018 in due post del blog TAEPILE di Marco Milioni, compaiono riferimenti a nostre informazioni sui pfas nel clacestruzzo di SPV. Le analisi ARPAV hanno registrato anomalie nei drenaggi delle gallerie, nelle cave, nelle discariche, nei pozzi tra Malo, Sant’Urbano, Dueville, Villaverla. Eppure la Regione Veneto ha preferito minimizzare: ha comunicato al Ministero la presenza di PFBA solo nel dicembre 2023, quando la contaminazione era già avanzata; ha avviato una Variante allo SIA della SPV senza rendere pubblici i documenti tecnici; ha riproposto gli stessi meccanismi opachi che hanno caratterizzato l’inizio del disastro PFAS-Miteni.

giovedì 5 febbraio 2026

Intelligence, asset, università e settore privato: evoluzione di una cultura della sicurezza in Veneto e inItalia


A partire da un’esperienza territoriale e il ruolo che abbiamo giocato come Coordinamento proviamo ad articolare il nostro bisogno di comprendere. I membri del Coordinamento Veneto Pedemontana hanno maturato, nel corso degli anni, una sensibilità particolare verso i temi della raccolta di informazioni, delle reti di influenza e dei meccanismi di pressione che possono emergere attorno a grandi opere infrastrutturali. Durante la prima fase della vicenda Pedemontana (tra il 2010 e il 2015), il coordinamento ebbe la percezione di essere oggetto di attenzioni inusuali da parte di diversi soggetti: contatti insistenti da parte di sedicenti giornalisti, richieste ripetute di interviste provenienti da testate come Il Punto, interlocutori che sembravano muoversi più come esploratori che come cronisti, così come segnalazioni — emerse anche nel dibattito pubblico e in inchieste giornalistiche dell’epoca — relative a figure che si accreditavano presso società coinvolte nei progetti infrastrutturali, come nel caso del sistema MOSE, allo scopo di ottenere favori o posizioni per familiari.

Allo stesso modo, alcuni attivisti riferirono di pressioni indirette esercitate tramite ambienti ecclesiastici locali per attenuare o sospendere iniziative pubbliche, e di interferenze provenienti da soggetti economici interessati alla realizzazione dell’opera. In questi casi, più che di strutture di intelligence in senso stretto, si parlò soprattutto di reti di influenza e mediazione tipiche dei grandi conflitti territoriali e infrastrutturali.

Negli ultimi anni, secondo il coordinamento, si sarebbe manifestata una nuova stagione di interessamenti: figure diverse, modalità più sofisticate, un cambio generazionale e metodologico che sembrerebbe collocarsi a metà tra la ricerca informativa, l’analisi preventiva e forme di osservazione sistematica. In un contesto segnato da investimenti miliardari come quelli legati alla Pedemontana Veneta — e all’indotto economico, immobiliare e politico che essa trascina con sé — diventa legittimo porsi una domanda più ampia: ma che cosa si intende davvero per “asset di intelligence”?