giovedì 5 febbraio 2026

Intelligence, asset, università e settore privato: evoluzione di una cultura della sicurezza in Veneto e inItalia


A partire da un’esperienza territoriale e il proviamo ad articolare il nostro bisogno di comprendere. I membri del Coordinamento Veneto Pedemontana hanno maturato, nel corso degli anni, una sensibilità particolare verso i temi della raccolta di informazioni, delle reti di influenza e dei meccanismi di pressione che possono emergere attorno a grandi opere infrastrutturali. Durante la prima fase della vicenda Pedemontana (tra il 2010 e il 2015), il coordinamento ebbe la percezione di essere oggetto di attenzioni inusuali da parte di diversi soggetti: contatti insistenti da parte di sedicenti giornalisti, richieste ripetute di interviste provenienti da testate come Il Punto, interlocutori che sembravano muoversi più come esploratori che come cronisti, così come segnalazioni — emerse anche nel dibattito pubblico e in inchieste giornalistiche dell’epoca — relative a figure che si accreditavano presso società coinvolte nei progetti infrastrutturali, come nel caso del sistema MOSE, allo scopo di ottenere favori o posizioni per familiari.

Allo stesso modo, alcuni attivisti riferirono di pressioni indirette esercitate tramite ambienti ecclesiastici locali per attenuare o sospendere iniziative pubbliche, e di interferenze provenienti da soggetti economici interessati alla realizzazione dell’opera. In questi casi, più che di strutture di intelligence in senso stretto, si parlò soprattutto di reti di influenza e mediazione tipiche dei grandi conflitti territoriali e infrastrutturali.

Negli ultimi anni, secondo il coordinamento, si sarebbe manifestata una nuova stagione di interessamenti: figure diverse, modalità più sofisticate, un cambio generazionale e metodologico che sembrerebbe collocarsi a metà tra la ricerca informativa, l’analisi preventiva e forme di osservazione sistematica. In un contesto segnato da investimenti miliardari come quelli legati alla Pedemontana Veneta — e all’indotto economico, immobiliare e politico che essa trascina con sé — diventa legittimo porsi una domanda più ampia: ma che cosa si intende davvero per “asset di intelligence”?

E quali sono oggi le implicazioni umane, organizzative e istituzionali di questo concetto, tanto nello Stato quanto nel mondo accademico e in quello economico-industriale? È a partire da questo interrogativo che si colloca la nostra  riflessione perché a partire dal processo Miteni, e poi dentro alle vicende speculative sulla SPV, e attorno ad essa come il caso Silva, abbiamo visto coincidere certi attivismi coincidere con nuove prospettive della raccolta di informazioni. Queste nel Veneto sono particolarmente emergenti attorno alle questioni miliardarie che si possono dipanare tra le province del Veneto, che e6 il nostro punto di osservazione.

Vediamo gli asset umani e la moderna HUMINT. Nel linguaggio specialistico, un asset di intelligence è una risorsa – soprattutto umana – che contribuisce alla raccolta e alla valutazione delle informazioni rilevanti per la sicurezza.

Negli studi accademici occidentali, la Human Intelligence (HUMINT) viene descritta come l’insieme delle attività basate su relazioni umane: osservazione, contatti, dialogo con fonti, valutazione di ambienti sociali e politici. L’asset umano non è necessariamente un agente stipendiato, spesso è una persona esterna che collabora, per convinzione ideologica, per interesse economico, per senso civico, per la carriera e la progressione nel modo della ricerca o universitario o per altre motivazioni.

I modelli teorici del reclutamento insistono su processi graduali:

  • individuazione di soggetti con accesso a informazioni rilevanti;
  • costruzione di un rapporto di fiducia;
  • valutazione dell’affidabilità;
  • sviluppo della collaborazione;
  • definizione di regole e canali sicuri.

Nei sistemi democratici contemporanei, tuttavia, tali attività sono sempre più incardinate in procedure autorizzative e controlli legali, soprattutto quando si svolgono sul territorio nazionale.

Proviamo a vedere le definizioni di agenti, fonti e informatori secondo distinzioni essenziali. Si tratta di una distinzione spesso poco chiara nel dibattito pubblico riguarda le figure coinvolte. L'agente operativo è un funzionario del servizio di intelligence, formato e inquadrato istituzionalmente. Asset o fonte è una persona esterna che fornisce informazioni. Informatore compare come termine più frequente nel linguaggio delle forze di polizia e giudiziario, spesso riferito a collaborazioni occasionali. Questa differenza è fondamentale per comprendere come oggi l’intelligence funzioni più come una rete di raccolta e analisi che come una struttura esclusivamente composta da agenti sotto copertura.

I controlli legali si articolano con i limiti giuridici in Italia. Nel nostro paese l’attività di intelligence è disciplinata dalla legge n. 124 del 2007, che ha riformato profondamente il settore dopo le criticità emerse durante la Guerra Fredda e gli anni di piombo. Il sistema si basa su: coordinamento governativo tramite il DIS, distinzione tra intelligence interna (AISI) ed esterna (AISE), vigilanza parlamentare affidata al COPASIR, possibilità di intervento dell’autorità giudiziaria per le attività più invasive. I limiti sono stringenti: i servizi non possono arrestare, non esercitano funzioni di polizia giudiziaria, non possono violare i diritti fondamentali e devono rispettare principi di necessità, proporzionalità e legalità.

Nell'intelligence le forze dell’ordine si compenetrano con ruoli distinti e complementari. Le forze dell’ordine operano su mandato giudiziario, indagano su reati e procedono ad arresti. L’intelligence, invece, produce analisi preventive e valutazioni strategiche, che possono essere trasmesse alle autorità competenti se emergono profili penali. La cooperazione tra questi due mondi è oggi strutturale, soprattutto nei settori del contrasto al terrorismo, della criminalità transnazionale e della cyber-sicurezza.

 La controintelligence deve occuparsi di nuove minacce. Nel contesto attuale, la controintelligence non riguarda soltanto lo spionaggio tradizionale, ma anche: cyber-intrusioni, furti di proprietà intellettuale, interferenze straniere, disinformazione, insider threat, protezione della ricerca scientifica e industriale.

Il contributo dell’università e della ricerca, ha fatto si che spesso gli asset di ricerca siano anche asset di intelligence. Negli ultimi due decenni, anche in Italia si è sviluppato un dibattito accademico sull’intelligence. Università, centri studi e master di alta formazione affrontano temi come:

  •  metodologia dell’analisi;
  • cyber-intelligence;
  • gestione delle crisi;
  • sicurezza internazionale;
  • infrastrutture critiche.

L’università non è un luogo operativo di intelligence, ma un serbatoio di competenze che alimenta tanto il settore pubblico quanto quello privato.

 Dal settore pubblico al privato si sviluppa la corporate intelligence, cioè quella di imprese e multinazionali, sia pubbliche che partecipare. Molte metodologie tipiche dell’intelligence statale sono oggi applicate – in forma lecita e trasparente – nel settore privato sotto il nome di:

  • corporate intelligence;
  • risk intelligence;
  • geopolitical risk analysis;
  • corporate security.

Gli obiettivi sono prevenzione, tutela del personale, protezione dei dati, continuità operativa.

Le grandi opere, le imprese strategiche e i sistemi di sicurezza costituiscono un ultimo campo di riflessione. Nel caso di infrastrutture complesse e miliardarie, come la Pedemontana Veneta, entrano in gioco molteplici livelli di interesse: finanziari, politici, territoriali, industriali. In questi contesti, la presenza di funzioni di analisi del rischio, sicurezza e monitoraggio informativo è ormai strutturale sia nelle amministrazioni pubbliche sia nelle grandi imprese coinvolte.

Questo non implica automaticamente attività clandestine, ma piuttosto l’esistenza di un ecosistema di osservazione, prevenzione e protezione tipico delle economie avanzate.

L’intelligence italiana contemporanea non è più soltanto una realtà separata e opaca, ma una componente regolata dello Stato democratico, inserita in reti di cooperazione con la magistratura, il Parlamento, il mondo accademico e il settore privato.

Le esperienze maturate nei conflitti territoriali legati alle grandi opere — come quelle richiamate dal Coordinamento Veneto Pedemontana — mostrano quanto sia importante distinguere tra: percezioni di pressione e influenza, reti economico-politiche, attività informative lecite, funzioni istituzionali formalizzate.

Comprendere che cosa sia oggi un asset di intelligence, quali siano i suoi limiti giuridici e come si inserisca in un sistema complesso di sicurezza pubblica e industriale è un passo essenziale per alimentare un dibattito informato, critico e consapevole.

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